Solo 3 imprese individuali su 5 sopravvivono a cinque anni dalla nascita e 1 chiusura su 2 avviene già nei primi due anni di vita. Tra chi non ce la fa, soltanto il 5% ci riprova rialzando le saracinesche.

E’ quanto emerge dalla fotografia messa a fuoco da Unioncamere e InfoCamere sull’universo di 235.985 imprese individuali nate nel 2014 delle quali 88.184 sono cessate entro giugno 2018 e, di queste, oltre la metà entro il 2015.

Ma sono molte le iniziative imprenditoriali che non superano il primo anno di età, solo nel 2014 sono nate e morte 20.538 imprese.

La selezione darwiniana risulta più cruenta nei settori del turismo, con il 44% che chiude entro i primi cinque anni, ma anche dei servizi alla persona e dell’assicurazione e credito, con il 40% di chiusure.

A livello geografico, l’emorragia è più forte tra i titolari dell’Emilia Romagna, Toscana e Piemonte (con il 40%). Al Sud e nelle Isole si registra in media una percentuale inferiore di chiusure, forse perché qui più che altrove la via dell’impresa e del lavoro autonomo rappresenta spesso la sola prospettiva di sbocco occupazionale e di reddito.

Ma le più resilienti sono le imprese individuali lucane, sarde e dalle trentine (solo il 31% non supera il primo quinquennio).

Nelle regioni del Centro-Nord emerge una maggiore propensione a ritentare la carta dell’imprenditorialità, i più audaci sono i titolari della Valle D’Aosta (9,8%), Lombardia (8,2%) e Veneto (7,1%). Nel Mezzogiorno, invece, chi chiude quasi mai si rimette in proprio.

Dall’analisi delle business community straniere la mortalità più elevata si registra tra le imprese con un titolare cinese: addorittura il 48% ha chiuso l’attività entro i primi cinque anni, vale a dire quasi la metà.

Seguono le realtà a guida indiana (44%) e rumena (42%). Ma se sono in molti a scoraggiarsi e a rinunciare al sogno di mettersi in proprio, ancora una volta i titolari cinesi si smarcano dagli altri rimettendosi in gioco nel 15% dei casi (contro il 5% delle media).

Più audaci di loro sono solo i pakistani che oltre ad essere tra i più resistenti (solo il 29% chiude i battenti entro cinque anni contro la media di 37%) sono anche i più disposti a mettersi nuovamente alla prova (il 19% riapre i battenti).