Le Opinioni
Vittorio Daniele - Professore di Economia Politica Università Magna Graecia Catanzaro
Le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia hanno sollevato un singolare dibattito politico. Singolare perché inimmaginabile in altri Paesi. Si pensi, per esempio, alla Francia o agli Stati Uniti.
In Italia, invece, un evento così importante della nostra storia, è divenuto questione di confronto (o scontro) tra parti politiche. Che ciò accada non è sorprendente, essendo sintomatico della situazione di un Paese come il nostro, con un senso della nazione poco radicato. Colpisce, invece, come l’anniversario sia stato da molti colto come un’occasione per rivedere, talvolta con spirito revisionistico, la storia nazionale.
Al Nord è diffusa, non solo a causa della Lega, l’idea che l’Unità nazionale abbia portato enormi vantaggi al Sud. Sfrondata dalle sue argomentazioni più elaborate, l’idea di fondo è che il Sud, popolato da scansafatiche e guidato da politici cialtroni, abbia vissuto quasi da parassita, beneficiando di cospicui trasferimenti pubblici, ovviamente a spese dalle operose regioni del Nord.
Al Sud, invece, trova sempre più spazio l’idea secondo la quale l’Unità d’Italia avrebbe, soprattutto nella sua prima fase, penalizzato e impoverito le regioni meridionali. Sfrondato dai suoi ragionamenti più sofisticati, il nocciolo di base di quest’idea è che il Sud, in passato ricco e, per i tempi, economicamente avanzato, avrebbe finanziato lo sviluppo economico del Nord. Più in generale, l’Unità nazionale sarebbe stata un’annessione − o, più brutalmente, una conquista − del Sud ad opera dei piemontesi
Posizioni di tal genere sono sostenute, in maniera argomentata, da alcuni studiosi. Si pensi, per esempio, al valente intellettuale calabrese Nicola Zitarai (1), da poco scomparso, le cui interessanti opere, a lungo ignorate dai media e dal grande pubblico, sono ora giustamente citate e ripubblicate. Nella vulgata corrente, chiaramente meno elaborata, sono alcuni movimenti politici meridionali e associazioni neoborboniche a sostenere che l’Unità fu fatta a spese del Sud. Ma quanto c’è di vero nella posizione di coloro che vedono l’Unità come causa prima del declino meridionale?
Provo a sintetizzare alcune considerazioni. Primo, è vero che il processo di unificazione nazionale fu vissuto dai meridionali di allora come una conquista. Il brigantaggio fu, in larga misura, un moto di reazione ai non pochi soprusi compiuti ai danni dei meridionali. Il fatto, poi, che le istituzioni del Regno sardo-piemontese, in particolare lo Statuto Albertino, vennero estese alla nascente nazione italiana, certo acuì sentimenti diffusi tra le masse, ostili a quelli che percepivano come lontani (e ai più sconosciuti) regnanti.
Che il Sud fosse ricco e che l’Unità l’abbia impoverito è una tesi più difficile da provare. È vero che, come mostrano studi recenti, nel 1861 le differenze Nord-Sud erano assai modeste (2). Il Pil pro capite nelle otto regioni meridionali era, infatti, analogo a quello delle regioni del Centro-Nord. Il livello di industrializzazione di alcune regioni del Sud − Campania e Sicilia in particolare − non era poi dissimile da quello medio del Nord (3). Dunque, il Sud era relativamente ricco? La realtà è un po’ più complessa e potrebbe essere sintetizzata dicendo che in un Paese che ancora non aveva conosciuto l’industrializzazione, quale era l’Italia del 1861, sia il Nord che il Sud erano relativamente poveri. La povertà, come si comprende facilmente, non consente grandi differenze di reddito. Quando lo sviluppo si avvia − attorno al 1890 − si notano le prime differenze. Il Sud arretra mentre il Nord avanza. Il divario Nord-Sud è già evidente nei primi del Novecento e cresce ininterrottamente per tutta la metà del secolo. Nel 1951, il Pil pro capite meridionale è circa la metà di quello medio nazionale. I divari diminuiscono negli anni Sessanta e Settanta per ampliarsi di nuovo negli anni seguenti. Il resto è storia nota su cui non vale la pena soffermarsi.
Dunque, riassumendo: alla data dell’Unità il divario di sviluppo tra il Sud e il Centro-Nord non esisteva o era assai modesto. Al Nord vi erano regioni ricche, come Lombardia e Liguria, ma anche regioni povere, come il Veneto. Anche al Sud vi erano regioni ricche, come Campania e Puglia, e altre povere come Basilicata e Calabria. Nel complesso, però, le differenze tra le due aree del Paese erano contenute. Ciò è sufficiente per dire che l’Unità impoverì il Sud? A mio parere no. In tutti i paesi, lo sviluppo economico crea squilibri regionali e ciò accadde anche in Italia. Quando si avvia, l’industrializzazione non può interessare un paese nel suo complesso, ma riguarda solo alcune aree che, giocoforza, diventano più ricche di altre. Come conseguenza, si generano differenze di sviluppo. Quello che è accaduto in Italia è che gli squilibri regionali sono aumentati per una lunga fase del processo di sviluppo nazionale. Oggi l’entità del divario Nord-Sud non è dissimile da quella di cinquant’anni addietro.
Dal mio punto di vista non ha molto senso chiedersi se l’Unità impoverì il Sud o se, al contrario, fu il Nord a sostenerne i costi, come molti pensano. Si provi ad immaginare una storia controfattuale: quale sarebbe stato il destino del Nord senza il Sud? E quale quello del Sud senza il Nord? Credo che il punto cruciale della questione sia un altro. E cioè chiedersi perché, contrariamente a quanto accaduto in altri paesi, il divario economico Nord-Sud sia aumentato nel tempo e non accenni a ridursi, se non in maniera assai lenta. Interrogarsi sulle cause del divario, analizzare senza pregiudizi i tanti problemi del Mezzogiorno, immaginare nuove strade per rendere economicamente e socialmente più unito il Paese, mi pare assai più utile che guardare all’Unità con inutile spirito rivendicativo; da qualunque parte, Sud o Nord, lo si faccia.
(1). Di Nicola Zitara (Siderno 1927-2010) si veda, per esempio, il volume: “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”, Jaca Book, 2010.
(2). Cfr. il saggio di Vittorio Daniele e Paolo Malanima, Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004), Rivista di Politica Economica, III-IV 2007, disponibile al link http://www.rivistapoliticaeconomica.it/2007/mar-apr/Daniele_melanima.pdf
(3). Cfr. il saggio di Stefano Fenoaltea, La crescita industriale delle regioni d'Italia dall'Unità alla Grande Guerra: una prima stima per gli anni censuari, Banca d’Italia, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/pubsto/quaristo/quad1
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